Siamo nel pieno della stagione oleicola. In tutta la penisola sono centinaia i frantoi impegnati giorno e notte nella molitura e macinazione delle olive. Dal loro lavoro dipenderà la quantità di olio extravergine che troveremo sugli scaffali dei supermercati nei prossimi mesi e, inevitabilmente, anche il suo prezzo. Anno dopo anno, l’olio d’oliva si conferma il preferito assoluto dagli italiani, surclassando di gran lunga le vendite di olio di semi (che necessitano di raffinazione industriale).
Ma c’è un primato di cui il nostro Paese può andare particolarmente fiero. L’Italia, infatti, è sì il secondo produttore europeo subito dopo la Spagna, ma è anche la nazione che detiene il record assoluto per la maggiore varietà di cultivar (le varietà di ulivo).
Un patrimonio di 730 varietà
Secondo i dati del CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), in Italia sono presenti oltre 730 varietà di ulivo. Un immenso patrimonio di biodiversità, alcune delle quali sono considerate tra le più pregiate al mondo per la produzione di olio extravergine di alta qualità.
Tra le cultivar più note e apprezzate spiccano:
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- La Nocellara del Belice: Tipica della Sicilia occidentale, è celebre per il suo olio dal fruttato intenso e per le olive da tavola.
- Il Taggiasca: Tipico dell’area ligure e toscana, regala oli delicati, fini e con note mandorlate.
- Il Leccino: È una delle varietà più diffuse in tutta la penisola, estremamente resistente e versatile.
- La Bella di Cerignola: Originaria della Puglia, è una cultivar principalmente utilizzata per il consumo di olive da tavola, grazie alle sue dimensioni generose.
Il paradosso del 2026: tanta biodiversità, ma meno olio
Nonostante l’incredibile ricchezza varietale, l’annata 2026 non si prospetta facile per gli olivicoltori. Lo scorso anno la produzione finale di olio italiano aveva superato le 325.000 tonnellate, segnando un aumento del 31% rispetto all’anno precedente.
Quest’anno, però, le stime sono al ribasso. A causa della siccità, delle temperature roventi registrate durante l’estate e del fisiologico calo biologico della produzione (legato ai cicli naturali delle piante che tendono ad alternare annate di carica e scarica), si prevede un calo di circa il 21%. La produzione finale dovrebbe attestarsi tra le 260.000 e le 280.000 tonnellate, con una resa del 15%.
Un quadro che spiega perché l’olio extravergine di oliva italiano resti un prodotto di eccellenza, ma che, proprio a causa dei cambiamenti climatici e delle sfide agronomiche, richiede un’attenzione sempre maggiore da parte dei consumatori, invitati a leggere le etichette e a riconoscere il valore del vero “oro verde” made in Italy.


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