L’Italia è il maggior produttore di riso nell’Unione Europea, con oltre il 50% del totale e circa 230mila ettari coltivati, ma il comparto rischia di essere schiacciato dalle importazioni. A lanciare l’allarme è Cristiano Fini, presidente di CIA Agricoltori Italiani, che chiede all’Unione Europea di correggere urgentemente la clausola di salvaguardia prevista per il settore risicolo. Secondo Fini, la clausola così come è strutturata rischia di essere del tutto inutile.
Il problema è serio: ogni anno nei territori dell’Unione vengono importate circa 1,7 milioni di tonnellate di riso, un volume destinato ad aumentare ulteriormente con gli ultimi accordi di libero scambio, dal Mercosur all’Australia. Una mole di prodotto che mette in grave difficoltà i produttori europei, già alle prese con l’aumento dei costi di produzione, dei fertilizzanti e dell’energia.
Il gasolio agricolo, in particolare, ha visto il suo prezzo praticamente raddoppiare a causa della crisi in Medio Oriente. In questo clima di grande incertezza, per il presidente Fini è necessario che si assumano decisioni strategiche senza attendere oltre.
La soglia irrealistica e l’appello al Parlamento europeo
Commissione, Consiglio e Parlamento europeo hanno deciso che la clausola di salvaguardia si attivi con meccanismo automatico solo se le importazioni annuali supereranno di circa il 45% la media dell’ultimo decennio, vale a dire attorno alle 561mila tonnellate. Una soglia che i produttori italiani ritengono non realistica e praticamente priva di efficacia.
La CIA chiede quindi di abbassare quella soglia e rendere più tempestiva l’attivazione, soprattutto in presenza di picchi di importazione che destabilizzano gli scambi. L’appello è rivolto in particolare al Parlamento europeo, che nella seduta plenaria del 28 aprile potrà correggere questo automatismo di salvaguardia, ascoltando le esigenze concrete espresse da tutta la filiera del riso.
“Sostenere il comparto – conclude Fini – vuol dire sostenere una delle migliori espressioni del Made in Italy agroalimentare”. Un patrimonio non solo economico, ma anche sociale e ambientale, che rischia di essere compromesso da regole pensate lontano dai campi e dalla realtà produttiva italiana.
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