Le storie di mare più affascinanti iniziano spesso con un pescatore che tira su la rete e trova qualcosa che non dovrebbe esserci. È successo al largo di Nardò, in Puglia, dove un esemplare dall’aspetto familiare ma dai tratti insoliti ha attirato l’attenzione di chi lo aveva catturato. Sembrava una ricciola comune, di quelle che popolano il Mediterraneo da sempre, ma qualcosa non tornava. Il pescatore ha contattato un team di ricercatori, e dopo analisi approfondite è arrivata la conferma: si trattava di Seriola quinqueradiata, la ricciola giapponese. Una specie del Pacifico che nessuno aveva mai documentato nelle nostre acque. Lo studio che racconta la scoperta è stato pubblicato nel 2026 sulla rivista Acta Adriatica da un gruppo guidato dall’Università di Catania.
Poche settimane dopo, nella stessa zona, lo stesso pescatore ne ha catturata un’altra, più grande. Due esemplari in meno di due mesi. Troppo per essere un caso, troppo poco per parlare di una popolazione stabile. Ma abbastanza per accendere un campanello d’allarme.
Non è la solita ricciola: come riconoscerla

Le ricciole si assomigliano tutte, almeno a prima vista. Nel Mediterraneo nuotano già quattro specie del genere Seriola, e distinguerle senza un occhio esperto è quasi impossibile. La nuova arrivata, però, ha qualche dettaglio che la tradisce.
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Il primo indizio è nella bocca. La sopramascella, l’osso che delimita la parte posteriore della mandibola, nella ricciola giapponese è più larga e termina con un angolo quasi retto, estendendosi fino a metà dell’orbita oculare. Nelle cugine mediterranee, invece, è molto più affusolata. Poi c’è la silhouette: corpo allungato e leggermente compresso, branchiospine lunghe e piatte, coda profondamente biforcuta. Da viva, una striscia gialla corre dal muso alla coda attraversando l’occhio, anche se il colore sbiadisce rapidamente dopo la cattura.
Per avere la certezza assoluta, i ricercatori hanno usato il DNA barcoding: una tecnica che isola e sequenzia un breve frammento del gene mitocondriale COI, una sorta di impronta digitale molecolare unica per ogni specie. Il frammento sequenziato (644 paia di basi) è stato confrontato con il database internazionale GenBank. La corrispondenza con S. quinqueradiata era del 99,84%, con copertura del 100%. Un’analisi filogenetica ha ulteriormente confermato che il campione pugliese si raggruppava chiaramente con le ricciole giapponesi del Pacifico.
Il primo esemplare pescato era giovane: 587 grammi di peso eviscerato e 35,5 cm di lunghezza, dimensioni compatibili con un individuo ancora lontano dalla maturità (la specie può superare il metro). Il secondo, catturato a fine marzo 2026, misurava 60 cm per oltre 2,5 kg, ma è stato consumato prima di poter essere analizzato in laboratorio. In quel caso, l’identificazione si è basata sulle fotografie, che mostravano tratti morfologici coerenti con il primo esemplare.

Un tesoro gastronomico da miliardi di dollari
Se il nome Seriola quinqueradiata dice poco ai più, il suo corrispettivo gastronomico è ben più celebre. In Giappone questo pesce è un’istituzione: chiamato hamachi da giovane e buri da adulto, è uno dei prodotti ittici più pregiati della cucina nipponica. Si consuma rigorosamente crudo, nel sushi e nel sashimi, e la sua carne soda e grassa lo rende ambitissimo.
Non stupisce che l’allevamento di questa specie muova cifre enormi. Secondo i dati FAO, la produzione ha conosciuto un boom negli anni Sessanta grazie all’invenzione delle gabbie galleggianti, raggiungendo un picco di quasi 170.000 tonnellate nel 1995. Oggi i volumi si sono stabilizzati tra le 130.000 e le 160.000 tonnellate annue, con un valore globale che nel 2004 aveva già superato il miliardo di dollari. Il Giappone detiene il monopolio quasi assoluto della produzione, con una piccola quota in Corea del Sud.
Come ci è finita nelle acque pugliesi?
Non ci sono prove dirette sul percorso seguito dagli esemplari catturati, ma gli studiosi hanno formulato tre ipotesi plausibili.
La prima chiama in causa le acque di zavorra delle grandi navi cargo. Le petroliere e le portacontainer imbarcano acqua marina per stabilizzarsi durante la navigazione e la rilasciano nei porti di destinazione. In quell’acqua possono viaggiare uova, larve e microrganismi di qualsiasi specie. Poiché la ricciola giapponese depone uova pelagiche nelle acque costiere, è possibile che qualche esemplare sia stato trasportato involontariamente attraverso questo vettore.
La seconda ipotesi riguarda l’acquacoltura. La globalizzazione del settore ha moltiplicato i casi di traslocazione accidentale o non dichiarata di specie vive tra bacini diversi. Non risulta che S. quinqueradiata venga allevata nel Mediterraneo, ma non si possono escludere introduzioni sperimentali su piccola scala o impianti privati. La terza ipotesi, considerata meno probabile, è il rilascio deliberato o accidentale legato al commercio di animali vivi o al trasporto in acquari. Date le dimensioni della specie e il suo utilizzo prevalentemente commerciale, questo percorso è ritenuto marginale.
La dispersione naturale transoceanica dal Pacifico al Mediterraneo è considerata praticamente impossibile: non esistono connessioni dirette tra i due bacini, e nessuna osservazione storica suggerisce movimenti spontanei di questa specie verso l’Atlantico o il Mediterraneo.
Cosa ci insegna questa scoperta
L’arrivo della ricciola giapponese nel Mediterraneo non è un evento isolato. I nostri mari stanno diventando un crocevia di specie aliene: il granchio blu, il pesce scorpione, e ora anche questo pregiato pesce del Pacifico. Ogni nuovo avvistamento è un tassello che racconta come la biodiversità marina si stia rimodellando sotto la spinta delle attività umane e del cambiamento climatico.
Per capire se questo episodio resterà un caso isolato o se la specie è destinata a stabilizzarsi, serviranno monitoraggi costanti. E in questo, la citizen science e le segnalazioni dei pescatori saranno fondamentali. Perché spesso, le storie di mare più affascinanti iniziano con un pescatore che tira su la rete e trova qualcosa che non dovrebbe esserci.
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