Un litro di olio extravergine di oliva 100% italiano a 3,99 euro. Sembra un miracolo, ma è quanto è stato venduto fino al 22 ottobre nei supermercati del gruppo Gros. Un prezzo che, per gli addetti ai lavori, non ha alcun senso economico e che ha fatto scattare una segnalazione formale all’ICQRF (Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi). Non si tratta di un sottocosto, ma di un’offerta speciale. Ma come è possibile?
Per capire l’anomalia, basta fare un paragone: due litri di latte fresco di marca costano quasi quanto una bottiglia di extravergine italiano in offerta. Eppure, le produzioni non sono minimamente paragonabili. Una vacca da latte produce 25-30 litri al giorno; un olivo produce 15-20 chili di olive all’anno, da cui si ricavano a malapena 2-3 litri di olio, dopo mesi di lavoro tra potature, trattamenti e la corsa al frantoio. In sintesi, il latte che una mucca dà in un solo giorno equivale in volume all’olio prodotto in un anno da una decina di olivi.
I conti che non tornano e il “trucco” tunisino
A fare i conti è stato Alberto Grimelli, direttore di Teatro Naturale e grande esperto del settore. Secondo le sue stime, per poter vendere l’olio a 3,99 euro al dettaglio, l’imbottigliatore non deve averlo pagato all’origine più di 2,60 euro a litro. Una cifra che oggi non esiste su nessuna piazza italiana, e nemmeno in Spagna.
L’unico olio compatibile con quel prezzo è quello tunisino importato tramite il regime TPA (Traffico di Perfezionamento Attivo). Si tratta di una normativa doganale europea che consente di importare olio extra-Ue senza pagare il dazio (circa 1,1 euro al litro), a patto che l’olio, una volta miscelato e imbottigliato in Italia, venga poi riesportato fuori dall’Unione Europea (ad esempio negli Stati Uniti).
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Tradotto: quell’olio tunisino non può legalmente finire sugli scaffali italiani, e tantomeno essere etichettato come “100% italiano”. Esiste una piccola quota di olio tunisino che entra in Europa senza dazio, ma in quel caso deve essere tassativamente venduto come olio extra-Ue, non certo spacciato per made in Italy.
Chi ha la responsabilità?
Grimelli non accusa nessuno di frode, ma ha chiesto all’ICQRF e alle associazioni di categoria di fare verifiche e analisi per risalire all’origine dell’olio. Tuttavia, il suo intervento solleva un problema sistemico: la responsabilità dei buyer della grande distribuzione.
I responsabili acquisti sanno perfettamente che oggi all’ingrosso il prezzo dell’olio extravergine 100% italiano oscilla tra i 4,20 e i 4,40 euro al litro (un prezzo che spesso già non copre i costi di produzione degli olivicoltori). Un’offerta a 3,99 euro al dettaglio dovrebbe far scattare un campanello d’allarme e sollecitare domande sul fornitore. Invece, secondo l’esperto, i supermercati spesso si concentrano solo sul prezzo più basso e sulla presenza dei documenti di rito.
Il risultato? Il rischio ricade interamente sui controlli pubblici e il danno economico sugli olivicoltori italiani, mentre la catena può sempre difendersi dicendo di aver acquistato in buona fede. Un meccanismo perverso che svilisce un prodotto di eccellenza e mette a rischio un intero settore.

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