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Glifosato e api: lo studio che spiega il calo di miele

Una ricerca rivela che il glifosato, a dosi subletali, riduce l'attività di foraggiamento delle api e altera i livelli di tiramina nel cervello, con possibili ripercussioni sulla produzione di miele.

Ape operaia che lavora su un favo di miele opercolato all'interno di un alveare.

Il glifosato, uno degli erbicidi più diffusi al mondo, potrebbe avere effetti subdoli sulle api, non uccidendole ma modificandone il comportamento e riducendo la quantità di miele prodotto. Un nuovo studio pubblicato sul Journal of Experimental Biology ha analizzato l’impatto di dosi subletali di questa sostanza sulle api mellifere (Apis mellifera), rivelando una riduzione dell’attività di foraggiamento e alterazioni neurochimiche che potrebbero avere ripercussioni sull’intera colonia.

La ricerca, condotta in condizioni controllate, ha coinvolto tre piccole colonie di api, ciascuna con una regina, covata e circa 5.000 operaie. Le api sono state addestrate a raggiungere due mangiatoie artificiali: una conteneva una soluzione di saccarosio pura (gruppo di controllo), l’altra la stessa soluzione con 5 mg di glifosato per litro, una concentrazione paragonabile ai residui trovati nel nettare dopo un’applicazione in campo secondo le dosi massime di etichetta.

Meno visite alle fonti di cibo: i numeri dello studio

Durante una sessione di osservazione di tre ore, i ricercatori hanno contato quante volte ogni ape tornava alla propria mangiatoia. Le 46 api esposte al glifosato hanno effettuato il 13,34% di visite in meno rispetto alle 40 api del gruppo di controllo. In termini assoluti, la media è stata di 31,76 visite per le api non esposte contro 27,52 visite per quelle esposte. Un calo significativo, che non porta alla morte dell’insetto ma che può ridurre l’apporto di nettare alla colonia.

Oltre alla frequenza delle visite, i ricercatori hanno osservato altri comportamenti, come la danza dell’addome (il meccanismo con cui le api reclutano le compagne) e la persistenza nel tornare su una fonte ormai esaurita. In questi aspetti non sono emerse differenze rilevanti tra i due gruppi, suggerendo che l’effetto principale del glifosato si manifesta proprio nella riduzione dell’attività di foraggiamento.

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Alterazioni neurochimiche nel cervello delle api

Al terzo giorno, i ricercatori hanno analizzato il cervello di 25 api (12 di controllo e 13 esposte) per misurare i livelli di quattro sostanze chiave: tirosina, tiramina, octopamina e dopamina. I risultati hanno mostrato che tirosina, octopamina e dopamina non presentavano differenze statisticamente significative legate al trattamento. La situazione era diversa per la tiramina, un composto coinvolto nella regolazione del sistema nervoso degli insetti.

Le api esposte al glifosato che avevano visitato più frequentemente la mangiatoia contaminata mostravano livelli più elevati di tiramina. Inoltre, nel gruppo esposto è emersa una correlazione significativa tra i livelli di octopamina e quelli dei suoi precursori (tirosina e tiramina), correlazione assente nel gruppo di controllo. Gli autori interpretano questi dati come un possibile segnale di alterazione della via biosintetica che porta alla produzione di octopamina, un neurotrasmettitore fondamentale per il comportamento di foraggiamento e la motivazione delle api.

Va sottolineato che lo studio non dimostra in modo definitivo il meccanismo alla base di queste alterazioni. I ricercatori ipotizzano che il glifosato possa agire indirettamente, ad esempio modificando il microbiota intestinale dell’ape, ma sono necessarie ulteriori indagini per confermare questa teoria.

Perché la riduzione del foraggiamento è un campanello d’allarme

Per una colonia di api, il foraggiamento è un’attività vitale. Ogni ape bottinatrice contribuisce all’approvvigionamento di nettare e polline, e una riduzione della frequenza delle visite può tradursi in meno miele prodotto. Anche se lo studio non ha misurato direttamente la produzione di miele, gli autori sottolineano che un minore afflusso di nettare potrebbe avere conseguenze negative sulla riserva alimentare della colonia, soprattutto in periodi di scarsità.

Questi risultati si aggiungono a un crescente corpo di evidenze sugli effetti subletali dei pesticidi sugli impollinatori. Mentre l’attenzione si è spesso concentrata sugli insetticidi, questo studio dimostra che anche gli erbicidi possono avere un impatto, seppur più sottile. La ricerca è stata condotta in condizioni controllate e su un numero limitato di api, quindi saranno necessari studi sul campo per valutare se gli stessi effetti si verificano in ambienti naturali e per quanto tempo persistano.

Nel frattempo, per chi alleva api o è semplicemente interessato al loro mondo, è utile ricordare che il glifosato può avere effetti anche a dosi che non uccidono. Una maggiore consapevolezza sull’uso di questi prodotti è il primo passo per proteggere questi insetti essenziali per la biodiversità e l’agricoltura. Approfondisci l’importanza delle api e la loro biologia nel nostro articolo su perché le api fanno il miele e scopri come distinguerle dalle vespe con la nostra guida su differenza tra api e vespe.

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