Definire l’energia nucleare “sicura” è una semplificazione che nasconde decenni di evidenze scientifiche. A sostenerlo è una corrispondenza pubblicata su The Lancet dal titolo “The false promise of nuclear power”, firmata da Philip J. Landrigan e Brita E. Lundberg. I due autori rispondono a un precedente articolo della stessa rivista che descriveva i pericoli dei reattori come “estremamente piccoli”.
Landrigan e Lundberg spostano l’attenzione sull’intero ciclo del combustibile: dalle miniere di uranio allo smaltimento delle scorie, passando per gli incidenti e i costi sanitari. Un contributo che arriva in un momento in cui il dibattito sul nucleare è tornato al centro delle agende politiche europee, con l’Italia che valuta un possibile ritorno alla produzione atomica.
Il rischio comincia in miniera
Prima che un reattore produca un solo kilowattora, l’uranio deve essere estratto. Nei siti minerari, i lavoratori inalano prodotti del decadimento del radon e aerosol radioattivi, con un rischio documentato di tumore al polmone. L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che l’aumento dei casi fu osservato inizialmente proprio tra i minatori esposti a concentrazioni elevate. Oggi ventilazione, dosimetria e dispositivi di protezione riducono l’esposizione, ma la stessa esistenza di queste misure dimostra che la filiera non è sanitaria neutra. Dopo l’estrazione, la macinazione, la conversione, l’arricchimento e la fabbricazione del combustibile espongono altri lavoratori ad altri rischi, gestiti con controlli continui.
Le 115mila morti per tumore: un’ipotesi da maneggiare con cura
Il dato più discusso citato da Landrigan e Lundberg è 115.585 morti per tumore, tratto da uno studio su Nature Communications (2023). La ricerca ha analizzato la mortalità oncologica nelle contee statunitensi entro 200 km da centrali nucleari tra il 2000 e il 2018, trovando tassi più alti nelle aree più vicine. Tuttavia, gli stessi autori precisano che i risultati non stabiliscono nessi causali: si tratta di un’associazione statistica basata su dati aggregati, senza ricostruire le dosi individuali.
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La cifra, quindi, non va presa come un conteggio definitivo, ma come un segnale che merita approfondimenti. La letteratura precedente è contrastante: alcuni studi rilevano aumenti per specifici tumori, altri nessuna relazione coerente. Servono misurazioni ambientali dirette e dati individuali per chiudere la questione.
Scorie, incidenti e costi nascosti
Il combustibile esaurito rimane radioattivo per centinaia di migliaia di anni. La sua gestione richiede isolamento e sorveglianza per tempi geologici. La dismissione degli impianti, poi, non è un interruttore che si spegne: strutture e materiali devono essere decontaminati e smontati, con monitoraggio continuo dei lavoratori.
Quanto agli incidenti gravi, come Fukushima, i danni sanitari vanno oltre le radiazioni: evacuazioni, perdita della casa, stress psicologico. L’UNSCEAR non prevede aumenti rilevabili di tumori nella popolazione, ma l’OMS ha documentato gli effetti mentali e sociali dello sfollamento. La probabilità di un incidente può essere bassa, ma le conseguenze potenziali sono enormi. Il rischio zero non esiste, e considerare il nucleare “sicuro” senza specificare le condizioni operative è fuorviante.
Un contributo alla decarbonizzazione con i piedi per terra
Landrigan e Lundberg riconoscono che il nucleare può contribuire alla decarbonizzazione, ma contestano l’etichetta di “sicuro” come proprietà intrinseca. Ogni fase del ciclo richiede misure protettive: protezioni in miniera, dosimetria, controlli, gestione delle scorie, preparazione agli incidenti. Dimenticarlo significa cancellare il lavoro umano e i costi reali. Un monito utile in un dibattito spesso polarizzato tra entusiasmo acritico e rifiuto pregiudiziale.
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