I PFAS, noti come “inquinanti eterni”, rappresentano una delle sfide ambientali più complesse per l’agricoltura moderna. Un gruppo di ricerca coordinato dall’Università di Yale ha messo a punto una strategia che promette di rimuoverli dai terreni agricoli con costi drasticamente inferiori rispetto alle bonifiche tradizionali. Secondo lo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, il trattamento costerebbe poco più di 29.000 dollari per ettaro nell’arco di vent’anni, contro gli 800.000-1,6 milioni di dollari richiesti dagli interventi più invasivi negli Stati Uniti. Il metodo combina roccia vulcanica, colture specifiche e un processo termico, offrendo una possibile soluzione a un problema che riguarda sempre più da vicino anche l’Italia.
L’approccio si basa su un’idea semplice ma efficace: invece di scavare e trasportare il terreno contaminato, si interviene direttamente sul campo. Si sparge uno strato sottile di basalto frantumato, che aumenta il pH del suolo e rende il PFOS più mobile e quindi più facilmente assorbibile dalle radici. Successivamente si coltivano canapa e graminacee perenni, piante capaci di accumulare parte della contaminazione. La biomassa raccolta viene poi sottoposta a pirolisi, un trattamento ad alta temperatura in assenza di ossigeno che distrugge i PFAS e produce biochar, un carbone vegetale che viene riportato sul terreno per legare i contaminanti residui e impedirne la dispersione nelle falde.
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Il problema dei biosolidi e la contaminazione diffusa
L’origine della contaminazione è legata a una pratica agricola diffusa: l’uso di biosolidi, ovvero i fanghi trattati provenienti dagli impianti di depurazione, come fertilizzanti. Ricchi di azoto e fosforo, questi materiali sono stati considerati per anni una soluzione economica e circolare. Tuttavia, i tradizionali sistemi di trattamento delle acque reflue non rimuovono i composti PFOA e PFOS, che si concentrano nei fanghi e finiscono nei terreni, nelle falde e nella catena alimentare. L’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (EPA) ha recentemente evidenziato che anche concentrazioni vicine ai limiti di rilevazione possono creare esposizioni problematiche per chi vive vicino ai campi o consuma prodotti locali.
Il Maine, uno degli stati più colpiti, ha vietato lo spandimento dei fanghi nel 2022, e il Dipartimento locale dell’Agricoltura ha stimato che la contaminazione da PFAS abbia interessato 90 aziende agricole. Questo scenario dimostra l’urgenza di trovare soluzioni efficaci e sostenibili. La strategia di Yale, che combina tecniche già note in modo innovativo, potrebbe rappresentare una svolta, ma richiede ancora una sperimentazione su campi reali per validare i risultati delle simulazioni.
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Vantaggi economici e ambientali
Oltre al costo contenuto, il metodo offre un doppio beneficio ambientale. Il basalto, alterandosi, reagisce con l’anidride carbonica, mentre il biochar conserva il carbonio assorbito dalle piante. Secondo il modello, applicare il sistema su circa un milione di ettari di terreni agricoli statunitensi potrebbe sottrarre all’atmosfera 10,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Questo aspetto potrebbe rendere la bonifica ancora più conveniente se si considera il valore economico dei crediti di carbonio. Tuttavia, gli autori avvertono che il bilancio climatico dipende da fattori come la distanza dagli impianti di pirolisi e l’energia necessaria per frantumare e trasportare la roccia.
La riduzione della lisciviazione verso le acque sotterranee è stimata superiore al 95%, un dato che potrebbe interessare anche le aree agricole italiane, dove il problema dei PFAS è stato rilevato in diverse regioni. La possibilità di bonificare i terreni senza rimuoverli rappresenta un cambio di paradigma: si tratta di un approccio “in situ” che rispetta l’ecosistema e riduce i costi. Per approfondire il tema delle soluzioni innovative in agricoltura, si può leggere l’articolo sull’hub di innovazione Agea.
Il metodo presenta ancora alcune criticità
Nonostante i risultati promettenti, il metodo presenta alcune criticità. L’efficacia varia in base al tipo di suolo, alla miscela di PFAS presente e alle condizioni climatiche. Inoltre, la gestione della biomassa contaminata richiede impianti di pirolisi adeguati, che potrebbero non essere disponibili in tutte le aree. Gli autori sottolineano che il sistema dovrà essere testato per più anni su campi reali, dove le variabili sono più complesse rispetto alle simulazioni. La sperimentazione è già in corso in alcune regioni degli Stati Uniti, e i primi risultati potrebbero arrivare entro i prossimi anni.
Per gli agricoltori italiani, la notizia rappresenta una speranza concreta. La possibilità di bonificare i terreni a costi accessibili, senza dover abbandonare le coltivazioni, potrebbe ridurre l’impatto economico e sociale della contaminazione. In attesa di ulteriori sviluppi, è fondamentale monitorare la qualità dei terreni e adottare pratiche agricole sostenibili, come l’uso di compost e fertilizzanti alternativi. Il futuro della bonifica dei PFAS passa anche da qui: dalla ricerca, ma anche dalla prevenzione.
Il lavoro del team di Yale dimostra che la scienza può offrire soluzioni innovative a problemi complessi. La strada è ancora lunga, ma la direzione è chiara: bonificare il terreno lasciandolo al suo posto, stagione dopo stagione, invece di trasformarlo in una montagna di rifiuti da trasportare altrove. Un approccio che potrebbe presto diventare una pratica standard anche in Europa, dove la normativa sui PFAS sta diventando sempre più stringente.

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