Nel Biellese, tra i boschi della Valle d’Elvo, l’acqua è già una risorsa contesa. A Graglia e Donato sorgono due stabilimenti di imbottigliamento, ma ora la società “Refil real estate” ha chiesto un permesso di ricerca per un terzo impianto, denominato “Fille”, su un’area di 642 ettari tra i comuni di Netro e Mongrando. Il progetto punta a captare fino a 45mila litri d’acqua all’ora, destinati alla produzione di acqua minerale, birra o bevande.
La sindaca di Netro, Laura Gorni, ha subito lanciato l’allarme: «Abbiamo veramente bisogno di un terzo impianto? L’acqua è una risorsa pubblica e preziosa, non infinita». La comunità si è mobilitata con assemblee pubbliche, petizioni (oltre 2.600 firme) e un documento di opposizione inviato alla Provincia di Biella. Il 2 luglio 2026, i sindaci sono stati ascoltati in Commissione ambiente della Regione Piemonte, chiedendo un censimento delle risorse idriche per valutare la compatibilità del progetto.
Il paradosso dei canoni per l’acqua minerale
L’Italia è il primo Paese europeo per consumo di acqua in bottiglia: 257 litri pro capite all’anno, con un mercato da 3,4 miliardi di euro nel 2024. Eppure, il canone di concessione per prelevare l’acqua – un bene pubblico – è irrisorio. In Lombardia, ad esempio, si pagano appena 1,20 euro per metro cubo (1.000 litri) per l’acqua imbottigliata in Pet. Secondo uno studio del 2018 del Dipartimento del Tesoro, i canoni rappresentavano lo 0,68% del fatturato del settore; ogni euro speso in canoni generava 191,35 euro di ricavi. Andrea Minutolo di Legambiente parla di «paradosso delle acque minerali in Italia» e propone un canone minimo di 20 euro al metro cubo, che porterebbe allo Stato 330 milioni di euro all’anno da destinare all’ammodernamento della rete idrica.
La mobilitazione in Valle d’Elvo si intreccia con la crisi climatica: l’estate 2026 in Piemonte si apre con condizioni siccitose, tanto che la Regione ha riattivato l’Osservatorio sull’emergenza idrica. I cittadini temono che il permesso di ricerca sia il primo passo verso uno sfruttamento intensivo, con macchinari industriali che potrebbero alterare l’assetto idrogeologico del territorio. «Non possiamo accettare che la necessità occupazionale diventi un grimaldello per un’estrazione senza ritorno», si legge nella petizione. Il dibattito è aperto: da un lato la tutela del territorio, dall’altro la spinta economica di un settore in crescita. La posta in gioco è la gestione di un bene comune, sempre più prezioso in un clima che cambia.
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La redazione di AgriVivo.it continuerà a monitorare l’evoluzione del progetto Fille e del dibattito sui canoni dell’acqua minerale.




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