Nel 1996 l’83% dei rifiuti urbani italiani finiva in discarica. Oggi, nel 2024, la quota è scesa al 15%, mentre il riciclo e il compostaggio hanno raggiunto il 55%. A documentare questa inversione è l’Istat nel rapporto Le trasformazioni dell’Italia – L’ambiente e l’energia, che confronta i dati tra il 1996 e il 2024. Una trasformazione epocale, che ha capovolto il modello di gestione: da un sistema basato quasi esclusivamente sull’interramento a uno articolato su raccolta differenziata e impianti di trattamento. Tuttavia, la produzione pro capite è aumentata dell’11,2%, arrivando a 508 chilogrammi per abitante, in linea con la media UE. Il risultato è un Paese che gestisce meglio i rifiuti, ma non riesce ancora a ridurli.
La discarica perde il primato
Alla metà degli anni Novanta la discarica era la destinazione quasi obbligata: assorbiva 83 kg su 100 di rifiuti urbani. L’incenerimento si fermava al 5%, mentre riciclo e compostaggio insieme raccoglievano appena il 6%. Ventotto anni dopo, la quota in discarica è crollata di 68 punti percentuali, scendendo al 15%, sotto la media dell’Unione Europea. Contestualmente, l’incenerimento è salito al 18% e il recupero di materiali (carta, vetro, metalli, plastiche) insieme al trattamento della frazione organica ha raggiunto il 55%. L’Istat precisa che in questa voce confluiscono sia il riciclo dei materiali sia il compostaggio degli scarti alimentari e vegetali. Il sistema si è quindi diversificato, sostituendo il semplice ‘buco nel terreno’ con una rete di impianti e raccolte separate.
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Più riciclo, ma anche più rifiuti
Mentre le discariche arretravano, la produzione di rifiuti per abitante è cresciuta dell’11,2%, toccando i 508 kg annui nel 2024. Ogni italiano produce circa 1,4 kg al giorno. L’Italia ha quindi imparato a gestire meglio ciò che butta, ma continua a buttare più di mezza tonnellata a testa ogni anno. Il dato evidenzia un limite: la prevenzione dei rifiuti procede più lentamente del riciclo. Un oggetto riparato o riutilizzato non entra nemmeno nel circuito dei rifiuti, ma la fotografia Istat mostra che la torta complessiva non si riduce. La sfida per il futuro è quindi coniugare l’efficienza del recupero con politiche di riduzione alla fonte.
Le città capoluogo in ritardo
Il quadro nazionale presenta forti differenze territoriali. I capoluoghi di provincia nel 2024 hanno prodotto in media 546 kg di rifiuti per abitante, 38 kg in più della media nazionale. La raccolta differenziata nei capoluoghi è inferiore di oltre nove punti percentuali rispetto alla media italiana. Tra le città metropolitane, solo Cagliari e Bologna hanno superato la soglia del 65% di differenziata, obiettivo che l’Italia ha raggiunto come media nazionale solo nel 2022, dieci anni dopo la scadenza prevista. Il dato mostra che le grandi città faticano di più a organizzare sistemi efficaci. Inoltre, l’Istat ricorda che raccolta differenziata e riciclo effettivo sono due fasi distinte: separare bene i materiali è il primo passo, ma il recupero reale dipende dalla qualità, dalle tecnologie e dagli scarti di lavorazione.
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Un percorso ancora in salita
In 28 anni l’Italia ha compiuto un salto notevole: dal quasi monopolio della discarica a un sistema in cui oltre la metà dei rifiuti viene recuperata. Tuttavia, i 508 kg pro capite restano un campanello d’allarme. La gestione è migliorata, ma la produzione non accenna a diminuire. Il rapporto Istat offre una fotografia chiara: il Paese ha sostituito il ‘buttare via’ con il ‘riciclare’, ma deve ancora imparare a ‘sprecare meno’. Per il settore agricolo e ambientale, temi cari ad AgriVivo.it, la strada è tracciata: investire in economia circolare, compostaggio di qualità e riduzione degli imballaggi resta prioritario.


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