Il Lago d’Aral, un tempo il quarto bacino lacustre più grande del mondo, è diventato uno dei simboli del disastro ecologico causato dall’uomo. Ora uno studio pubblicato su Science aggiunge un nuovo, allarmante tassello: il prosciugamento ha liberato nell’atmosfera circa 748 milioni di tonnellate di CO₂. La ricerca, coordinata dal Centro di studi avanzati di Blanes del Consiglio superiore delle ricerche scientifiche spagnolo (CEAB-CSIC), ha quantificato per la prima volta le emissioni di carbonio provenienti dal fondale esposto, trasformando l’area da potenziale assorbitore a vera e propria fonte di gas serra.
Come il prosciugamento libera carbonio
Quando un lago è pieno, la materia organica si deposita sul fondo e l’acqua ne rallenta la decomposizione, intrappolando il carbonio nei sedimenti per secoli. Con il prosciugamento, l’ossigeno entra in contatto con i sedimenti, riattivando l’attività microbica e rilasciando CO₂. Nel caso dell’Aral, i ricercatori hanno stimato che dal 1960 siano state liberate 204 milioni di tonnellate di carbonio (con un margine di incertezza di 53 milioni), equivalenti a 748 milioni di tonnellate di anidride carbonica. La vegetazione spontanea cresciuta sul nuovo fondale ha compensato meno dell’1% delle perdite, un valore trascurabile.
Lo studio: spedizione e misurazioni
Il team ha condotto una spedizione nel 2022, raccogliendo sedimenti in aree emerse in periodi diversi: da pochi anni a decenni. I campioni sono stati combinati con misurazioni dirette degli scambi di CO₂, immagini satellitari e rilievi con Droni, creando una cronologia naturale del prosciugamento. I carotaggi si sono spinti fino a 50 centimetri di profondità, ma gli strati inferiori restano da studiare: il totale potrebbe essere ancora più elevato. Inserendo queste emissioni nei bilanci dell’uso del suolo, la regione passa da assorbitore netto a emettitore di carbonio.
Rinascita solo al nord: il caso del Piccolo Aral
Negli anni Sessanta, l’Unione Sovietica deviò i fiumi Amu Darya e Syr Darya per l’Irrigazione del cotone, causando il rapido ritiro del lago. Nel 2005, il Kazakistan ha costruito la diga Kok-Aral, che ha permesso al Piccolo Aral (la sezione settentrionale) di recuperare livello e ridurre la salinità, con segnali di ripresa della Pesca. Ma a sud la situazione è drammatica: il Grande Aral si è frammentato e la sua parte orientale è scomparsa nel 2014. Oggi il fondale esposto, grande quasi quanto l’Irlanda, rilascia polveri saline che contaminano terreni e centri abitati.
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Rimanenti 605 milioni di tonnellate e crediti di carbonio
Secondo lo studio, nei sedimenti restano ancora 605 milioni di tonnellate di CO₂ che potrebbero essere emesse se il prosciugamento prosegue. Ricoprire il fondale con acqua potrebbe evitare questo rilascio, con un valore economico stimato tra 3,6 e 18 miliardi di dollari nel mercato dei crediti di carbonio (prezzi 2024). Per recuperare metà della superficie del 1960 servirebbero investimenti per circa 9,7 miliardi di dollari, con canali più efficienti e gestione coordinata tra i Paesi. Il problema riguarda anche altri bacini in ritiro, come il Gran Lago Salato (USA) e il Lago Urmia (Iran). Il Lago d’Aral, da incubo ecologico, si rivela ora anche una bomba di carbonio: il suo destino dipende dalla volontà politica di restituirgli l’acqua.



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