Il latte che beviamo potrebbe nascondere contaminanti ben più insidiosi di quanto immaginiamo. Un’indagine del giornale svizzero KTipp ha acceso i riflettori sulla presenza di sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) in tutte le 15 confezioni di latte intero analizzate, acquistate nei supermercati elvetici. I campioni, provenienti da diverse regioni e marchi, hanno rivelato tracce di acido perfluorottansolfonico (Pfos) e acido trifluoroacetico (Tfa) in ogni singolo cartone, compresi quelli biologici.
Il dato più allarmante è che i prodotti bio non sono risultati meno contaminati di quelli convenzionali. Le concentrazioni di Tfa si sono spinte fino a valori prossimi ai limiti di sicurezza, mentre per il Pfos, sostanza sospettata di essere cancerogena e dannosa per i nascituri, i livelli rilevati in alcuni campioni (fino a 12 nanogrammi per chilo) superano già di tre volte il limite di 4 nanogrammi per litro imposto dall’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti per l’acqua potabile.
Pfos e Tfa in tutti i campioni: il ruolo dei pascoli e dei fanghi di depurazione
Il test di KTipp ha rilevato Pfos e Tfa in tutte e 15 le confezioni di latte intero esaminate, indipendentemente dal marchio o dalla tipologia (bio o convenzionale). Queste sostanze, spiega il giornale, vengono probabilmente trasferite dai pascoli alle mucche e quindi al latte.
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A confermare questa ipotesi è un recente studio del Politecnico federale di Zurigo (ETH) , che ha individuato nei fanghi di depurazione utilizzati come fertilizzanti sui terreni agricoli una delle principali fonti di contaminazione da Pfas. Le sostanze perfluoroalchiliche, note per la loro estrema persistenza nell’ambiente e nell’organismo, si accumulano nel suolo, vengono assorbite dalle piante e, attraverso la catena alimentare, finiscono nel latte.
Le differenze regionali e il caso del Tfa
Il test ha evidenziato differenze significative tra le aree di provenienza. Il latte della Svizzera orientale ha mostrato concentrazioni di Pfos fino a tre volte superiori rispetto a quello di altre regioni. In particolare, il “latte intero biologico” di Eico Swiss Premium conteneva 12 nanogrammi di Pfos per chilogrammo, mentre valori elevati sono stati riscontrati anche nei prodotti bio di Lidl e Aldi, entrambi provenienti dalla stessa area. Al contrario, i livelli più bassi sono stati rilevati nel latte proveniente dai caseifici di Berna, Friburgo e Grigioni.
Per quanto riguarda il Tfa, recentemente classificato dall’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) come sostanza tossica per la riproduzione, il problema è ancora più complesso. Attualmente non esiste alcun limite massimo per il latte, ma dal 12 gennaio 2027 l’Unione Europea introdurrà una soglia di 10.000 nanogrammi per litro per l’acqua potabile. Nel test, le concentrazioni di Tfa nel latte variavano da 4.200 a 5.700 nanogrammi per litro: valori entro il futuro limite, ma non così distanti da non destare preoccupazione.
Limiti inesistenti e prospettive future
Né in Svizzera né nell’Unione Europea esiste al momento un limite legale per i Pfas nel latte. L’Ue sta valutando l’introduzione di un tetto massimo di 20 nanogrammi per chilogrammo per quattro sostanze, tra cui il Pfos. La buona notizia è che questo limite proposto non è stato superato in nessuno dei campioni analizzati. Ma il confronto con i parametri dell’acqua potabile statunitensi – che fissano a 4 nanogrammi per litro la soglia per il Pfos – mostra come il latte possa contenere concentrazioni anche tre volte superiori.
La Svizzera, d’intesa con l’Ue, sta lavorando all’introduzione di tenori massimi specifici per il latte. Nel frattempo, l’allarme lanciato da KTipp ribadisce la necessità di regolamentazioni più stringenti e di un monitoraggio costante lungo tutta la filiera lattiero-casearia.
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