Il meteorite appartiene alla classe delle angriti, rocce vulcaniche tra le più antiche del Sistema Solare, note per la loro composizione chimica enigmatica. In passato, si pensava che le angriti provenissero da piccoli asteroidi con un raggio compreso tra 100 e 200 chilometri. Ma le analisi condotte dal team di Aaron Bell hanno rivelato un’anomalia inattesa.
I cristalli che compongono il meteorite sono incredibilmente ricchi di alluminio, un segnale inequivocabile che si sono formati in condizioni di pressione estremamente elevata: almeno 17,5 kilobar, pari a oltre 17 volte la pressione che si registra sul fondo della Fossa delle Marianne, il punto più profondo degli oceani terrestri. Una pressione così intensa non può esistere all’interno di un piccolo asteroide. Dunque, il corpo celeste da cui proviene il frammento doveva essere molto più grande.
Quanto era grande il pianeta perduto
I ricercatori hanno ipotizzato due scenari. Se i cristalli si fossero formati alla massima profondità teorica possibile, cioè al confine tra il mantello roccioso e il nucleo di ferro, il protopianeta avrebbe dovuto avere un raggio di almeno 1.000 chilometri. Sarebbe stato, quindi, due volte più grande di Cerere, il più grande pianeta nano del Sistema Solare interno.
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Se invece i cristalli fossero nati a profondità più moderate – scenario ritenuto più probabile – il raggio del pianeta doveva essere di almeno 1.800 chilometri, una dimensione simile a quella della Luna. In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a un corpo celeste di dimensioni planetarie, non a un semplice asteroide.
Cosa significa per la scienza
La scoperta conferma che nel Sistema Solare primordiale esistevano numerosi protopianeti di dimensioni notevoli, oggi scomparsi a causa di violente collisioni. Alcuni di questi impatti hanno generato frammenti che, come Northwest Africa 12774, sono arrivati fino a noi sotto forma di meteoriti. Studiare questi resti permette di ricostruire una fase cruciale della storia del nostro sistema, quando i pianeti rocciosi – tra cui la Terra – stavano ancora prendendo forma.
Il meteorite sahariano rappresenta quindi una finestra unica su un mondo perduto, e apre nuove domande su quanti altri pianeti simili potrebbero essere esistiti e poi distrutti nei primi milioni di anni di vita del Sistema Solare.
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