Mentre l’Europa discute di come trasferire la ricerca scientifica sul piano industriale, la Cina ha già premuto l’acceleratore. Secondo un rapporto del Good Food Institute APAC, curato dall’esperto di biotecnologie e geopolitica Dirk van der Kley, il gigante asiatico sta riconvertendo parte della propria capacità produttiva verso la creazione di proteine alternative. L’obiettivo è chiaro: sfruttare infrastrutture già esistenti, competenze tecniche consolidate e, soprattutto, costi competitivi per dominare il mercato del futuro.
La strategia cinese: dalle provette alle fabbriche
Il fulcro di questa rivoluzione industriale si basa su due tecnologie principali. Da un lato c’è la fermentazione di precisione, che consente di produrre proteine e ingredienti specifici senza l’uso di animali. Dall’altro, la fermentazione da biomassa, che sfrutta microrganismi come i funghi per ottenere proteine (micoproteine).
Un esempio concreto di questa espansione è rappresentato dall’azienda cinese Fushine Biotech. L’impresa sta attualmente costruendo un nuovo impianto per aumentare la propria capacità produttiva di micoproteine da 1.200 tonnellate a ben 20.000 tonnellate. Un salto di scala impressionante, che dimostra come la Cina non stia solo facendo ricerca, ma stia già gettando le basi per la produzione di massa.
A sostenere questo processo ci sono anche le politiche nazionali. Già nel 2024 il Consiglio di Stato cinese ha esortato a promuovere i settori emergenti della bioindustria e lo sviluppo di nuove tipologie di alimenti per garantire la sicurezza alimentare. Le stime contenute nel rapporto sono ambiziose: entro il 2050, le proteine alternative potrebbero soddisfare fino al 55% della domanda interna cinese di proteine animali.
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Il paradosso europeo: tanta ricerca, poca industria
Se la Cina corre verso la produzione di massa, l’Europa sembra arrancare, nonostante eccella nella ricerca. Secondo un’analisi di GFI Europe, tra il 2020 e il 2025 il continente ha concentrato un quinto degli investimenti mondiali in ricerca e innovazione sulle proteine alternative. Sono stati prodotti oltre 3.783 pubblicazioni scientifiche, frutto del lavoro di più di 8.000 ricercatori in circa mille istituzioni.
Tuttavia, il vecchio continente si trova ad affrontare un ostacolo non da poco: la difficoltà di trasferire le competenze scientifiche alla produzione su scala industriale. In altre parole, l’Europa ha le idee, ma fatica a costruire le fabbriche.
Una grande opportunità per l’UE (e per l’Italia)
Per non perdere il treno, GFI Europe guarda con favore alla seconda legge europea sulle biotecnologie (European Biotech Act), ritenendola un’opportunità fondamentale per sostenere lo sviluppo delle infrastrutture produttive.
Il potenziale economico è enorme. Una ricerca realizzata con Systemiq stima che la valorizzazione delle proteine alternative potrebbe generare per l’economia dell’Unione Europea 111 miliardi di euro all’anno entro il 2040, sostenendo la creazione di 414.000 posti di lavoro.
La sfida è aperta. Da un lato la Cina che punta sull’industria e sulla quantità, dall’altro un’Europa che dovrà essere capace di trasformare la sua eccellenza scientifica in un vantaggio competitivo concreto. Per il settore agricolo e alimentare, i prossimi anni saranno decisivi per capire quale modello si affermerà sulle nostre tavole.

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