Circa 4 milioni di anni fa, un antico retrovirus chiamato PTERV1 ha inserito alcune sequenze di DNA nel genoma degli scimpanzé. Questo virus, però, non ha mai infettato gli esseri umani. Una nuova ricerca, pubblicata sulla rivista Science Advances, suggerisce che quell’antica “cicatrice” genetica potrebbe aver giocato un ruolo cruciale nello sviluppo del cervello, aiutando a spiegare perché il nostro cervello è tre volte più grande di quello dei nostri cugini primati.
Come agisce il virus sul cervello
Lo studio, guidato dalla neurogenetista molecolare Patricia Gerdes dell’Università di Lund, in Svezia, si è concentrato su una molecola specifica chiamata LINC00662. Negli esseri umani, questa molecola è attiva nelle prime fasi dello sviluppo cerebrale e aiuta le cellule a maturare e a sviluppare i loro prolungamenti (dendriti e assoni). Negli scimpanzé, invece, l’inserzione del DNA virale disattiva questa molecola.
Per capire gli effetti di questo “interruttore” spento, i ricercatori hanno utilizzato degli organoidi cerebrali umani, ovvero piccoli gruppi di cellule coltivati in laboratorio che simulano lo sviluppo del cervello. Quando hanno disattivato artificialmente la molecola LINC00662, i neuroni non sono cresciuti come al solito. Al contrario, quando hanno rimosso l’inserzione virale dalle cellule staminali degli scimpanzé, l’attività della molecola è tornata regolare.
Un tassello, non la risposta definitiva
Nonostante l’entusiasmo, gli stessi ricercatori invitano alla cautela. Lo studio non dimostra che questo virus sia stato l’unico responsabile della differenza evolutiva tra il cervello umano e quello degli scimpanzé. Le differenze cerebrali, spiegano gli scienziati, dipendono da una complessa rete di fattori genetici e ambientali. Rimuovere l’inserzione virale da un cervello adulto, ovviamente, non annullerebbe lo sviluppo avvenuto in precedenza.
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Inoltre, non sappiamo ancora quali siano tutte le funzioni di LINC00662 nel corpo umano, né cosa comporti esattamente la sua perdita per gli scimpanzé. Sebbene gli organoidi siano uno strumento straordinario, non possono riprodurre appieno la complessità di un cervello reale né prevedere comportamenti o capacità.
Ciò che questa ricerca riesce a fare è aggiungere un tassello importante al puzzle dell’evoluzione. Le tracce lasciate da antichi virus nel nostro DNA non sono semplici “rifiuti” genetici, ma possono influenzare l’attività dei geni vicini. La differenza tra l’essere umano e lo scimpanzé, che condividono ancora oggi circa il 98,8% del DNA, potrebbe nascondersi anche in queste piccole, antiche modifiche virali.
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