La Regione Piemonte, nella guida alle imprese del suo Piano mirato di prevenzione in agricoltura dedicato agli ambienti confinati, lo scrive senza giri di parole: negli ultimi anni ci sono stati ripetuti infortuni mortali durante la manutenzione dentro cisterne, vasche e cunicoli, e i comparti più colpiti nella regione sono stati quello zootecnico (silos per i cereali, fosse dei liquami) e quello vinicolo. Spesso, osserva il documento, le vittime sono più d’una, perché chi è all’esterno entra per aiutare il collega senza protezioni né procedura. In questo articolo vediamo quali sono gli spazi a rischio in un’azienda agricola, cosa chiede la legge e come si organizza un accesso che preveda anche il ritorno in superficie di chi si sente male.
Quali sono gli spazi confinati di un’azienda agricola
La definizione riportata dalla guida piemontese, ripresa da una fact sheet INAIL del 2020, descrive uno spazio circoscritto che non è progettato per la presenza continuativa di un lavoratore, ma in cui una persona può entrare e lavorare. Ha vie di ingresso e uscita limitate o difficoltose, la ventilazione può essere sfavorevole e al suo interno possono formarsi condizioni pericolose.
Tradotto nella realtà di una cascina o di una cantina, l’elenco è lungo. Per il settore zootecnico la guida indica:
- cisterne e sili di stoccaggio di cereali o altri prodotti;
- vani tecnici interrati, cunicoli e convogliatori;
- fosse dei liquami, pozzi, vasche, serbatoi per l’acqua e alcuni ambienti delle centrali biogas;
- impianti per la preparazione dei mangimi e serbatoi come quelli del latte.
Per il vitivinicolo l’elenco comprende vinificatori, tini, reattori, serbatoi e distillatori.
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Tre rischi che si sommano
L’atmosfera
È il rischio che uccide più spesso, perché non si vede. In una vasca vuota o in un silo con materiale organico l’aria può avere poco ossigeno, oppure contenere gas prodotti dalla fermentazione o dalla decomposizione. La guida piemontese cita esplicitamente l’anidride carbonica della fermentazione nelle cantine, i gas inerti come azoto e argon usati per fini tecnologici e i gas che il materiale organico rilascia quando si decompone senza ossigeno, come accade nelle fosse dei liquami. Fra gli inquinanti più frequenti negli ambienti confinati lo stesso documento elenca anche acido solfidrico, anidride solforosa, ossido di carbonio e metano.
Con una concentrazione di ossigeno sotto il 19,5% le maschere filtranti non sono più idonee, come avverte la guida. Serve un apparecchio che fornisca aria respirabile in modo indipendente.
La caduta
Nei silos e nelle vasche si entra quasi sempre dall’alto, da un passo d’uomo, e si scende per diversi metri. La caduta dall’alto è il primo rischio specifico che la guida elenca sia per lo zootecnico sia per il vitivinicolo. Nei silos di cereali c’è un pericolo in più, l’ingolfamento: chi sta sopra la massa di mais può esserne inglobato. A questi si aggiungono coclee e organi meccanici in movimento, il rischio elettrico nei “luoghi conduttori ristretti”, il rischio di annegamento nelle vasche e, per i cereali e la distillazione, quello di incendio o esplosione.
Il recupero
Il terzo rischio è uscire. Un’apertura stretta, una scala a pioli verticale e un corpo privo di sensi sono una combinazione che rende inutile qualunque buona volontà. Per questo la legge interviene anche sulle dimensioni dell’accesso, come vediamo nel prossimo paragrafo.
Cosa dice la legge: D.Lgs. 81/2008 e DPR 177/2011
Il riferimento principale è il decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81. L’articolo 66 vieta di far entrare lavoratori in pozzi neri, fogne, fosse, gallerie e “in generale in ambienti e recipienti, condutture, caldaie e simili, ove sia possibile il rilascio di gas deleteri” senza aver prima accertato l’assenza di pericolo o senza aver risanato l’atmosfera con ventilazione o altri mezzi. Se c’è un dubbio sulla pericolosità dell’aria, i lavoratori devono essere legati con cintura di sicurezza, vigilati per tutta la durata del lavoro e, se occorre, forniti di apparecchi di protezione. L’ultima frase dell’articolo è quella che interessa di più a chi progetta un impianto: l’apertura di accesso deve permettere “l’agevole recupero di un lavoratore privo di sensi”.
L’articolo 121 riguarda la presenza di gas in pozzi, fogne, cunicoli e fosse. Quando si teme l’irrespirabilità dell’aria e non si riesce a bonificare, i lavoratori devono avere protezioni delle vie respiratorie ed essere collegati a un sistema di salvataggio tenuto all’esterno dal personale di sorveglianza, che deve restare in contatto continuo con chi è dentro ed essere in grado di sollevarlo prontamente. Nei casi più gravi i lavoratori devono essere abbinati.
Poi c’è l’allegato IV, punto 3, intitolato proprio a vasche, canalizzazioni, tubazioni, serbatoi, recipienti e silos. Qui si trovano regole molto concrete per un’azienda agricola:
- prima dell’ingresso chi sovraintende verifica che non ci siano gas o vapori nocivi né temperature dannose;
- valvole e condotti collegati al recipiente vanno chiusi, bloccati e segnalati con il divieto di manovra;
- chi lavora dentro è assistito da un altro lavoratore che sta all’esterno, presso l’apertura;
- se i gas non si possono escludere del tutto, o se raggiungere il fondo è disagevole, si entra con cintura di sicurezza e corda di lunghezza adeguata;
- vasche e serbatoi aperti con il bordo sotto i 90 centimetri dal piano di lavoro vanno protetti con un parapetto o con coperture solide.
Il DPR 14 settembre 2011, n. 177 si applica ai lavori negli ambienti sospetti di inquinamento previsti dagli articoli 66 e 121 e negli ambienti confinati dell’allegato IV, punto 3. Stabilisce che qualsiasi attività in questi luoghi può essere svolta solo da imprese o lavoratori autonomi qualificati. Fra i requisiti: almeno il 30% della forza lavoro con esperienza almeno triennale in ambienti confinati (esperienza obbligatoria per chi fa il preposto), formazione specifica di tutto il personale, datore di lavoro compreso, e possesso di DPI e attrezzature idonee con il relativo addestramento.
Per l’azienda agricola che chiama una ditta esterna a pulire una cisterna, l’articolo 3 del regolamento è decisivo. Il datore di lavoro committente deve informare i lavoratori dell’appaltatore sulle caratteristiche dei luoghi e su tutti i rischi, compresi quelli dovuti agli usi precedenti, in un tempo comunque non inferiore a un giorno. Deve anche nominare un proprio rappresentante, formato, che vigili sulle attività. Durante tutte le fasi va applicata una procedura di lavoro che comprenda anche l’eventuale soccorso e il coordinamento con il Servizio sanitario nazionale e i Vigili del fuoco. Chi non rispetta queste regole perde la qualificazione per operare nel settore.
Attrezzature per l’accesso
La prima domanda che la guida piemontese pone è semplice: è davvero necessario entrare? Molte operazioni di controllo e pulizia si possono fare dall’esterno con attrezzature dedicate. Quando l’ingresso è inevitabile, le misure di base sono queste.
Misurare. Il tenore di ossigeno e gli eventuali inquinanti vanno rilevati prima di entrare, con uno strumento adatto ai gas attesi.
Ventilare. La guida distingue quattro modalità (immissione, aspirazione, immissione e aspirazione combinate, aspirazione localizzata) e ricorda che un sistema “idoneo allo scopo” si dimensiona caso per caso. Cita, come valore orientativo della normativa tecnica svizzera SUVA, una portata di 3.600 metri cubi l’ora per cisterne e recipienti fino a 50 metri cubi.
Isolare. Valvole bloccate, tratti di tubazione intercettati con flange cieche, cartelli di divieto sui comandi, come prescrive l’allegato IV.
Autorizzare. L’accesso avviene solo con permessi firmati e con personale formato e idoneo alla mansione.
Per la discesa in verticale serve un punto di ancoraggio sopra il passo d’uomo, un’imbracatura collegata a un dispositivo anticaduta e, se c’è il minimo dubbio sull’aria, un autorespiratore o un sistema ad adduzione d’aria. La scala a pioli da sola non basta: chi si sente male a metà discesa non è più in grado di risalire.
Il recupero: va preparato prima di scendere
Secondo la guida piemontese, gli articoli 66 e 121 e il punto 3.2.3 dell’allegato IV richiedono quattro elementi che sono la base della gestione del soccorso: personale che stazioni all’esterno, vigilanza continua su quello che accade dentro, un sistema di recupero dei lavoratori e aperture idonee all’uscita. Il mancato rispetto di una sola di queste condizioni, nota il documento, è stato spesso il fattore determinante negli incidenti in cui sono morti i soccorritori.
Il sistema di recupero è la parte che più spesso manca nelle aziende agricole, perché presuppone un’attrezzatura già montata prima che qualcuno scenda. Per gli accessi verticali la soluzione più diffusa è il tripode posizionato sopra l’apertura, con un dispositivo anticaduta retrattile oppure con un verricello che consente di calare e sollevare una persona. Dove il tripode non si può piazzare, si usano gru per spazi confinati o bracci di ancoraggio per gli accessi orizzontali. Come illustra Pegaso Anticaduta nella pagina sui sistemi di recupero, il tripode in lega di alluminio esiste in versione bassa, fino a 2,15 metri, e alta, fino a 2,9 metri, ed è indicato per cisterne, silos, condotte fognarie e pozzi; la stessa pagina descrive una gru in acciaio inox ruotabile di 360 gradi, con carico massimo di 300 kg, e una gru mobile con base ad H in alluminio fino a 500 kg.
Chi sta fuori deve avere gli stessi DPI di chi è dentro, ricorda la guida, per poter intervenire senza diventare la seconda vittima. La raccomandazione che il documento riprende dalla guida per l’agricoltura della British Columbia è netta: non soccorrere gli altri senza formazione e attrezzatura adeguate.
Il piano di emergenza in pratica
Il piano va scritto e provato prima di iniziare il lavoro, non durante. Per un intervento tipico in azienda, come la pulizia di un serbatoio di vino dopo la fermentazione, deve rispondere almeno a queste domande:
- chi entra, chi resta all’esterno e chi chiama i soccorsi;
- come si comunica con chi è dentro (a vista, a voce, via radio) e ogni quanto;
- quale attrezzatura di recupero è montata sull’apertura e chi l’ha provata;
- quali valori di ossigeno e di gas fanno scattare l’uscita immediata;
- cosa succede se il ventilatore si ferma;
- quale numero si chiama e cosa si comunica ai Vigili del fuoco sull’ambiente e sull’accesso.
La guida piemontese ricorda che in agricoltura il rischio non è costante: è legato a fasi brevi e a lavori fatti pochi giorni l’anno. Per questo il piano va ripreso ogni volta, prima di ogni vendemmia o pulizia dei silos, verificando che l’attrezzatura di recupero sia ancora integra, che gli strumenti di misura siano tarati e che le persone indicate siano ancora quelle formate secondo il DPR 177/2011.


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