L’olio d’oliva tunisino non è mai stato così richiesto. Con un export che nei primi otto mesi della campagna 2025-2026 ha superato 1,3 miliardi di euro, il Paese nordafricano si consolida tra i protagonisti del mercato globale. Ma dietro i numeri record c’è una svolta geopolitica destinata a lasciare il segno: l’esclusione della Tunisia dai nuovi dazi USA, mentre altri concorrenti mediterranei vengono colpiti, sta ridisegnando le rotte commerciali dell’olio extravergine. Un vantaggio competitivo che, sommati alla crescita dei volumi, potrebbe rafforzare ulteriormente il peso di Tunisi nelle relazioni con Washington e Bruxelles.
Export record e vantaggio competitivo
Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale dell’agricoltura tunisino (Onagri), le esportazioni di olio d’oliva nei primi otto mesi della campagna 2025-2026 hanno raggiunto le 352.000 tonnellate, con un incremento del 56,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I ricavi sono cresciuti del 45%, superando appunto 1,3 miliardi di euro, mentre l’olio extravergine rappresenta ormai oltre l’83% dei volumi esportati. Un risultato che arriva in un contesto commerciale favorevole: l’amministrazione Trump ha infatti escluso la Tunisia dal nuovo pacchetto di dazi aggiuntivi introdotti nei confronti di sessanta Paesi. Marocco, Algeria, Egitto e Turchia, invece, saranno soggetti a sovrattasse, rendendo l’olio tunisino più competitivo sul mercato americano. Gli Stati Uniti sono attualmente il terzo mercato di destinazione dell’olio tunisino, dopo Spagna e Italia, assorbendo oltre il 18% delle esportazioni totali e quasi un quarto di quelle biologiche.
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Il nodo dello sfuso
Nonostante i brillanti risultati, permangono criticità strutturali. L’86,3% dell’olio tunisino viene esportato sfuso, mentre solo una quota limitata lascia il Paese già confezionato con marchi nazionali. Questo significa che gran parte del valore aggiunto viene generato nelle fasi successive della catena, spesso in Europa, dove l’olio viene imbottigliato e distribuito. La Spagna resta il principale acquirente, con oltre il 32% dei volumi, seguita dall’Italia con circa il 20% e dagli Stati Uniti. Un quadro che evidenzia l’integrazione delle filiere mediterranee: produzione, trasformazione e confezionamento sono ormai parte di una catena del valore internazionale in cui la Tunisia gioca un ruolo da fornitore di materia prima, ma ancora marginale nella fase finale di branding e distribuzione.
Geopolitica e competizione nel Mediterraneo
La crescita tunisina non può essere interpretata solo come il frutto di una buona campagna olearia o di condizioni climatiche favorevoli. È sempre più evidente che la competitività delle filiere agroalimentari dipende dal contesto geopolitico: politiche tariffarie, accordi commerciali e relazioni diplomatiche stanno diventando fattori determinanti quanto la qualità del prodotto. L’olio d’oliva, da semplice commodity, si trasforma in un asset strategico nelle relazioni economiche internazionali. Per l’Italia e l’Unione europea, la sfida non è guardare con preoccupazione al successo tunisino, ma comprendere che il terreno della competizione si è ampliato. Investire in innovazione, sostenibilità e qualità resta essenziale, ma potrebbe non bastare senza una strategia commerciale e geopolitica capace di intercettare i cambiamenti in atto. Il Mediterraneo sta vivendo una redistribuzione dei propri pesi economici, e l’olio d’oliva – simbolo identitario delle sue civiltà agricole – ne è ormai un indicatore sensibile.
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In questo scenario, la Tunisia dimostra che saper sfruttare le opportunità geopolitiche può fare la differenza. Ma la vera partita per il futuro del settore si giocherà sulla capacità di trasformare il vantaggio contingente in una posizione strutturale duratura, superando la dipendenza dall’esportazione di prodotto sfuso e puntando su valore aggiunto e marchi propri. Una lezione che l’intero bacino del Mediterraneo è chiamato a raccogliere.

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