L’Italia è il fanalino di coda tra le grandi economie europee per morti premature attribuibili all’inquinamento atmosferico. Secondo il Rapporto SDGs 2026 dell’Istat, nel 2023 si sono registrati 73 decessi ogni 100mila abitanti a causa dell’esposizione prolungata al particolato fine PM2,5, un valore quasi il doppio della media UE (41) e ben superiore a Francia (22), Germania (26) e Spagna (28). Solo Bulgaria, Grecia, Croazia e Romania fanno peggio. Nonostante un miglioramento rispetto al 2022 (86 decessi), il ritmo di riduzione italiano è troppo lento: in dieci anni il calo è stato di appena 15 punti, mentre la media europea si è quasi dimezzata.
Il quadro italiano: progressi insufficienti
Il dato del 2023 segna un netto calo rispetto all’86 per 100mila del 2022, ma se si guarda al 2013 (88) emerge un miglioramento modesto. L’Istat parla di una riduzione “graduale e irregolare”, mentre Francia, Germania e Spagna hanno già superato la media UE. Il nostro Paese resta 32 punti sopra la media, a testimonianza di un divario che non si accorcia. Le stime si basano sul superamento del valore guida annuale dell’OMS (5 µg/m³) e misurano l’impatto sanitario cumulativo dell’inquinamento.
Concentrazioni di PM2,5 nelle città: un quadro allarmante
Nel 2024, l’84,1% dei capoluoghi italiani ha registrato una media annua di PM2,5 superiore a 10 µg/m³, più del doppio del limite OMS. Dieci anni prima la quota era del 100%, segno di un miglioramento, ma ancora insufficiente. I valori estremi (≥21 µg/m³) sono scesi dal 25% all’11%, mentre la fascia intermedia (11-20 µg/m³) è salita dal 64% al 69%. Ciò significa che la maggior parte delle città italiane vive con concentrazioni da due a quattro volte superiori al valore guida. Anche per PM10 e ozono le criticità permangono: il 78,9% dei capoluoghi supera i 20 µg/m³ di PM10 e l’87,4% ha avuto almeno un giorno oltre il limite per l’ozono.
Perché l’inquinamento uccide: il ruolo del PM2,5
Il particolato fine è composto da particelle abbastanza piccole da penetrare in profondità nei polmoni, causando un aumento della mortalità per malattie respiratorie, cardiovascolari e tumore polmonare. L’OMS stima che l’esposizione prolungata al PM2,5 sia responsabile di milioni di morti premature ogni anno in Europa. In Italia, l’impatto è amplificato dalla combinazione di fonti emissive (traffico, riscaldamento, attività industriali) e condizioni meteorologiche che favoriscono l’accumulo di inquinanti, soprattutto nella Pianura Padana.
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Confronto europeo: il ritardo italiano
Il confronto con gli altri grandi Paesi UE è impietoso: Francia 22, Germania 26, Spagna 28, Italia 73. Per recuperare il divario, il ritmo attuale di riduzione (15 punti in dieci anni) non basta: servirebbero politiche più incisive su mobilità sostenibile, riscaldamento domestico e industria. Il rapporto Istat sottolinea che “la posizione italiana è sfavorevole” e che il miglioramento, pur esistente, è troppo lento rispetto alla media europea.
In conclusione, l’Italia deve accelerare le misure per ridurre l’inquinamento atmosferico, se vuole allinearsi agli standard di Salute pubblica degli altri grandi Paesi europei. I dati Istat rappresentano un campanello d’allarme che non può essere ignorato.




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